02 dicembre 2010

LONDRA. Come sempre nello scontro fra titani ci rimettono i giornalisti

Dal sito dell'Agenda del Giornalista siamo informati di una sentenza di primo grado emessa dall'Alta Corte di giustizia che sta creando non poco scompiglio nel mondo editoriale fuori e dentro la Rete nel Regno Unito e che si riassume così: i link che rimandano a notizie in siti di informazione editoriale e quindi prodotti da agenzie editoriali, vanno pagati. Una sentenza destinata comunque, e nonostante il ricorso annunciato da parte degli sconfitti, a fare discutere e a stabilire un precedente importante e interessante.
E che conferma quello che più volte ho avuto modo di affermare: chi resta bastonato, sempre e comunque, è chi svolge il lavoro di redattore, ancor più se lo svolge da freelance.
Ma vediamo in sintesi di che si tratta.
La Newspaper Licensing Agency associazione che riunisce gli 8 maggiori editori britannici si é rivolta al tribunale per chiedere che venisse accolta la richiesta di far pagare la lettura delle notizie di proprietà degli editori da parte degli operatori e dei clienti di servizi di monitoraggio di notizie digitali distribuite a pagamento. I link sono così equiparati alle notizie cui si collegano, e quindi per l'Alta Corte devono essere protette dal diritto d'autore e sottoposte a regole precise di tutela per la loro diffusione, stando alla sentenza dell'Alta Corte che si é espressa a favore della Newspaper Licensing Agency.
La controparte, in questa vicenda iniziata a maggio, è rappresentata dalla Public relations consultants association e dalla Meltwater news, ovvero due agenzie di PR che offrono ai loro clienti un servizio a pagamento con cui inviano ai loro clienti avvisi con indirizzi e link a notizie online di loro interesse.
Chiariamo che non si tratta dei link a notizie che si trovano gratuitamente su Google News che resta comunque gratuito, ma di un servizio di monitoraggio inviato a pagamento.
Alla soddisfazione della Nla, si contrappone ovviamente la critica da parte delle due agenzie di PR che ribadiscono come la legge sia sta male interpretata e come l'Alta Corte abbia sottovalutato i principi del loro operato e dell'uso dela Rete. Per questo entrambe hanno annunciato il ricorso in appello e in particolare la Meltwater ha avviato una campagna "Right2Link" per tentare di distinguere tra la tutela del diritto d'autore online ed il rispetto del diritto al link e alla libera circolazione dei contenuti. La sentenza viene infatti accusata di essere un modo per escludere dalla libera circolazione, il materiale presente in Rete ma che manca di una esplicita licenza concessa dal proprietario.
A parte il fatto che laddove manchi una esplicita licenza, vale la regola prevista dalla legge sul copyright, ma c'è da fre, a questo punto una considerazione su un doppio aspetto assurdo nella vicenda e che mi fa dare ragione all'Alta Corte di giustizia: anzitutto l'approfittamento del lavoro altrui da parte di agenzie, come le due del caso, che fanno pagare il servizio di link; in pratica loro vorrebbero far pagare quello che loro recuperano gratis. E questa non si chiama per caso speculazione o forse truffa? Magari no, ma certo furto sì!
E non solo furto economico; e qui arrivo alla seconda considerazione, ma di furto di lavoro dell'ingegno altrui. Questo infatti, è forse l'aspetto meno considerato: si pensa da parte di qualche buontempone, che il lavoro redazionale, se pubblicato sulla rete, debba essere reso disponibile per forza in modo gratuito.
Da quando si lavora gratis? Anzi, meglio ancora, da quando si chiama "lavoro" ciò che viene realizzato e diffuso gratuitamente? non confondiamo il volontariato - e questo esiste, è importante e meritorio, e avviene diffusamente anche nel giornalismo - con il lavoro. Per definizione, il lavoro è ciò che ti consente un introito e dunque un reddito. Allora è lecito che uno lavori (perché produrre un articolo da pubblicare in Rete è un lavoro con costi di produzione esattamente uguali a quelli che si hanno nel mandarlo ad un editore che stampa o mette in onda) e lo faccia gratis? Perché si deve sapere che le "ripubblicazioni" vanno pagate ai giornalisti e dunque se, come è vero, i link, rinviando a notizie, sono come le pagine del giornale che pubblica gli articoli, è giusto che anche questi vengano resi disponibili a pagamento.
Ma questo è solo l'ultimo frutto di una insana quanto errata considerazione: potendo tutti quanti scrivere essendo sufficientemente istruiti da saper mettere in fila parole on un senso compiuto - almeno si spera!-, si confonde la possibilità di esprimere le proprie idee con il lavoro del giornalista - come se confondessimo il parere eserienziale della nonna in campo medico, con il parere del medico!-
E il frutto della mancata cognizione di questa sottile ma incontrovertibile differenza, è la "sconsiderazione" e il mancato rispetto verso il lavoro di tanti redattori che quotidianamente svolgono un lavoro umile e troppo spesso sottopagato. Agenzie come le due britanniche, e come le tante che pensao di poter diffondere il frutto dell'opera dell'intelletto come dice il codice, svolto dai giornalisti, sono un "peso aggiunto" di sfruttamento all'opera dei redattori già ampiamente sfruttati dagli editori. Ma si deve aggiungere un ulteriore schiaffo morale a quello economico, e forse anche più insultante, se si pensa che questo servizio delle agenzie di diffusione di link viene offerto a pagamento persino agli stessi giornalisti!!!

0 commenti:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.